Una laurea nomade da ingegnera


Altro su di noi / martedì, giugno 5th, 2018

Mi avevano detto che la laurea è un bell’obiettivo, una rivincita di quelle che ti fanno camminare a una spanna dal terreno.
Effettivamente è stato così: una meta raggiunta in pieno stile rugby famelico, con il sudore sulla fronte e l’adrenalina nelle vene.
Se dovessi descrivere quel momento, probabilmente non riuscirei a farlo perché non ho provato niente provando tutto allo stesso tempo.

Non so se mi spiego.

Qualche minuto prima di quel momento hai la testa completamente annebbiata, non sei in grado di fare un discorso di senso compiuto in nessuna lingua umanamente comprensibile, senti una bomba dentro che non ha molte alternative se non quella di esplodere all’improvviso e frantumare quella barriera invisibile tra te e il resto.

Mi sono detta che avrei dovuto pensare a qualcosa di forte per sopravvivere a quello stato di tensione mista a frenesia.
Mi sono detta che avrei dovuto aggrapparmi all’unica idea che in quel momento era rimasta vivida e brillante nella mia mente.
Mi sono detta che se non avessi creduto intensamente alla mia anima nomade, sarei collassata in un secondo senza speranza di ripresa.

Ho fatto esattamente così: mentre mi laureavo, mentre esponevo sette mesi di intensa ricerca tesi, mentre sudavo e cercavo di non svenire, ho pensato ai viaggi che mi stavano (e che mi stanno) aspettando in giro per il mondo.

Mi sono vista con lo zaino in spalla, la reflex al collo, i vestiti comodi e le preoccupazioni lontane.
Mi sono vista a ballare sulle spiagge caraibiche.
Mi sono vista a parlare con una vecchia signora in Perù.
Mi sono vista a mangiare ramen facendo un rumore impensabile, come è giusto che sia.
Mi sono vista a cercare i simboli dei Templari alla Tom Hanks.
Mi sono vista a scalare il Kilimangiaro.
Mi sono vista su una ruggente Harley on the road sulla Road66.
Mi sono vista a lavorare in un ranch in Texas.
Mi sono vista a insegnare inglese ai bambini in Thailandia.
Mi sono vista a fare scuba-diving tra le acque australiane.

Mi sono vista con la pelle di tutti i colori.

Questo pensiero (e non solo) è stato l’ancora di salvezza durante questi mesi di lavoro, di sacrifici, di stanchezza incredibile e di “prima o poi”.

Adesso è arrivato il momento di tutti quei “prima o poi”.

 

Giulia

 

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